KOMET - by Riccardo Frabetti

questo disco me lo tengo stretto: magari mi torna utile per sopravvivere alla prossima puttanata che mi verrà propinata in nome del pop

Era un pezzo che non sentivo una roba così. Mi spiego: non vorrei sembrare l’esaltato di turno che incensa qualsiasi roba gli passa per le mani -salvo non ascoltarla più nel giro di due settimane- per cui specificherò: questo disco non è sicuramente un miracolo, ma di sicuro non è la solita cagata. Eh, lo so, problema mio, ma quando so che dovrò affrontare roba melodica in ambito punk parto sempre un filino prevenuto: forse perché quando ero sbarbo ero circondato da geppi che sbavavano per gli MxPx? Forse perché il 90% delle volte che si parla di powerpop ci si riferisce a canzoncine il più delle volte soporifere senza un’ombra di power? Forse perché un buon 70% di chi ama la melodia applicata al punk è un integralista filoramonesiano che del suo gruppo preferito ha capito solo gli uò-uò-uò? Forse perché Weezer e filiazioni varie sono -nel mio personalissimo ed opinabilissimo dizionario- sinonimo di “prolasso rettale”? Non lo so e non me ne frega un cazzo, ma questo disco mi ha riappacificato con tutti i complessi che ho elencato sopra facendomi provare una sensazione di sicurezza, perché -per fortuna- non rappresenta nulla di ciò. Due terzi dei Komet sono gli Antares, e devo dire che è la seconda volta che questa gente mi fa riappacificare con qualcosa (nel caso degli Antares col rock in toto, ma al tempo ero giovane, pretenzioso e molto più pistola di adesso), per cui inizio subito con un po’ di sana riconoscenza. Riguardo al contenuto posso dire che è bello, ma bello davvero: non di quel bello che ti cambia la vita eh, ma che almeno ti svolta la giornata. Le canzoni sono melodiche e vanno via che è una bellezza, sono fresche e cantabili, ma non sono pop, o almeno non nel senso comune. Di certo c’è una vagonata di power, e di anni ’90. In più questi ci ficcano sempre l’accordo storto che ti scombina il film mentale che ti stai facendo mentre senti la canzone: tu pensi che si sviluppi in un modo, invece continua in un altro, sparandoti dalla spiaggia in piena estate alla periferia lercia in novembre nel giro di una canzone di un minuto e mezzo. Praticamente a metà strada tra i Green Day dei tempi d’oro e i Tad di 8 Way Santa. In più -voglio spararla grossa- a volte mi ricordano una versione alt-rock condensata dei mai troppo lodati Highschool Lockers. In ogni caso bando ai paragoni, perché due sole cose, a mio avviso, bastano per rendere questo disco una figata: 

1) le canzoni sono corte. Non c’è spazio per pippe, si va dritti al punto, e questo è sempre bene, a maggior ragione quando si ha a che fare con robe melodiche; 

2) questi conoscono i Beatles molto bene, li hanno interiorizzati e capiti meglio della maggioranza dei fans medi dei Beatles (che non ci vuole molto, lo so) e li ficcano in qua e in là senza colpo ferire e mai a cazzo di cane. Lungi da me fare il teorico giacché non ne capisco quasi nulla, ma le progressioni degli accordi a volte ti catapultano nella testa degli Scarrafoni, e secondo me non a caso. 

Poi oh, non lo escludo: potrà avere tutti i difetti del caso -io, personalmente, ad ora non ne ho ancora trovati- ma di certo non si tratta di un album banale, né di qualcosa di nostalgico/revivalistico (seppur rimandando ad un periodo specifico). In ogni caso, io questo disco me lo tengo stretto: magari mi torna utile per sopravvivere alla prossima puttanata che mi verrà propinata in nome del pop.

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