di Damio

Perché George Best?

We all live in a Georgie Best world

Quando Wilson mi ha mandato la copertina di Day Ripper la mia prima reazione è stata: “che cazzo fai? Noi tifiamo Liverpool!”. La seconda reazione è stata: “grande Georgie, ti insegno un coro”. Un coro dello United che cantiamo con Kick The Rich (una squadra amatoriale che ho fondato anni fa con alcuni amici e compagni a Bologna) ogni anno ai Mondiali Antirazzisti: “number one Georgie Best, number two Georgie Best” e così via fino al numero 12, il dodicesimo uomo in campo, perché “we all live in a Georgie Best world”, sulle note di Yellow Submarine dei Beatles. 

Ovviamente, perché Best, all’apice della sua fama, era per tutti “il quinto Beatle”. La terza reazione è stata: “Com’è possibile che Yuri vi abbia disegnato George Best in copertina di un album il cui titolo cita i Beatles e nessun giornalista vi abbia ancora chiesto il perché?”. È anche vero che uno non sempre sceglie le cose razionalmente, soprattutto quando si tratta di musica e arte. Se non ti viene fatta una domanda, è possibile che tu non abbia una risposta. A meno che non te la sia precedentemente posta tu stesso. Ma quando vi piace una persona voi state a chiedervi “perché mi piace?” E allora è chiaro che a tutti noi piaccia George Best, naturalmente come dice Wilson: “Chi non avrebbe voluto essere così? Fenomeno sul campo e rockstar appena fuori”.  Nel rispondere a questa domanda non bisogna dimenticarsi che Georgie se ne andò anticipatamente comprando una pagina intera sul News of the world che lo ritraeva tragicamente sofferente nel letto di ospedale negli ultimi giorni di vita, con l’unica frase “non morite come me”. Ma, anche così, è ancor più vero che viviamo tutti nel suo mondo. In adolescenza ho conosciuto una Angie a cui ho dedicato un sacco di canzoni, il cui nome è dovuto alla famosa hit dei Rolling Stones. Non in senso figurato, no: i genitori la chiamarono con quel nome proprio per via della canzone. Le donne che contavano per la gente come noi, in quegli anni si chiamavano Angie. A volte come diminutivo di Angela, altre volte no. Angie Bowie per esempio, la moglie di David che all’epoca aveva lo stesso problema di Georgie con l’alcol, la quale sostenne che quella canzone degli Stones fosse dedicata a lei. Non è chiaro se fosse veramente così, ma sembra proprio di no. Però una canzone a una famosa Angela i Rolling Stones la dedicarono davvero: Sweet Black Angel è dedicata ad Angela Davis, filosofa, femminista, attivista delle Black Panther e del Partito Comunista americano, all’epoca incarcerata ingiustamente e ora accademica all’Università della California. Jean-Paul Sartre e altri intellettuali chiesero la sua liberazione, il destino del carcere negli US era già stato di molti altri contestatori. Ma indovinate chi altro si impegnò per la sua liberazione dedicandole una canzone: il cantante della band in cui Georgie ha sempre militato nei sogni di tutti i tifosi, John Lennon (con Yoko Ono), le dedicò Angela. Conobbi anch’io una Angel, una notte al Pikhaton Festival a Portland, quando accompagnai i Bee Bee Sea nel tour in USA. Mi spezzò il cuore. Quanto è piccolo il mondo. Ma non ci sono più le Angie di una volta, in tempi più recenti la canzone dei Rolling Stones è stata usata senza il loro permesso per la campagna elettorale di Angela Merkel. Scusate, stavo divagando: anche Best conobbe la sua. Georgie una volta disse che aveva comprato una casa al mare, ma sulla strada per la spiaggia c’era un bar, così il mare non lo vide mai. Chissà se quello fu il bar in cui conobbe la sua, quando si trovava a Los Angeles. La sua Angie voglio dire, Angie Best! All’epoca era una coniglietta di Playboy, e disse che lo incontrò in un bar e si innamorò di lui al primo sguardo. A lei fu dedicato un biopic in cui a impersonarla fu Patsy Kensit, moglie di Liam Gallagher e madre di suo figlio Lennon. Per quale motivo credete che Liam Gallagher abbia chiamato suo figlio Lennon se non per John, il cantante della band di cui Georgie fu per tutti noi il quinto elemento? Dovremmo tutti chiedere a Liam se, da tifoso del City, abbia mai pensato al fatto di aver chiamato suo figlio col cognome di un tizio di una band di Liverpool, cui è sempre stato associato il più celebre calciatore del Manchester United, di cui la madre di suo figlio ha impersonato la moglie in tv. Così, solo per fargli battere il suo personale record di fuck pronunciati nella stessa frase.

 

Nel turbolento 1969 in California, proprio l’anno in cui Angela Davis diventò professoressa all’Università di Berkeley, uscì negli USA una canzone di Norman Greenbaum, anche lui residente nella Bay Area, intitolata Spirit in the sky. È su quella melodia che George Best si meritò un ultimo coro: 

Goin’ up to the spirit in the sky 

That’s where I’m gonna go when I die 

When I die and they lay me to rest

I’m gonna go to the piss with George Best

Quando siamo nella terra degli Stanzini, Wilson è solito chiedermi perché io preferisca pisciare nei campi fuori dalla sala prove piuttosto che in bagno. Ora so la risposta, vado a farmi una pisciata con Best.

Partito da Belfast attraversando l’acqua del Mare d’Irlanda con uno Yellow Submarine, Georgie ha attraversato l’aria sozza dei peggiori bar di tutto il mondo, calcato la terra del “teatro dei sogni” (come Bobby Charlton, suo compagno di squadra e sopravvissuto al disastro di Monaco, soprannominò Old Trafford), attraversato con il fuoco negli occhi gli anni ’60 e ’70 (che non cessò mai di ricordare come i più belli) e, infine, dicono sia andato a farsi una pisciata in cielo, là dove sta il quinto beatle, il quinto elemento: lui, The Best.

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