SBORAT! - Una storia pa(nk)dana

Leggevo avidamente storie e report su scene punk con la consapevolezza che non avrei mai visto nulla del genere. Poi ho conosciuto Mattia, i Lockers, il Red Fox e finalmente sono riuscito ad avere tutto il rock che volevo e anche di più

Dots e compagnia bella
Questo articolo è stato scritto da Frabo dei Chow per Merda Zine e in seguito riutilizzato per Sottoterra nel 2016. 

C’è una zona, a cavallo della riva sinistra del Pò, che fa letteralmente paura: solo pianura, campi, industrie, umidità a livelli stellari, automobili e motorini truccati, alcool e vandalismo. Un paese sbuca ogni tanto attorno e lungo la statale 482, d’inverno nemmeno ce ne si accorge perchè la nebbia è fitta oltre ogni immaginazione. Si incrociano motel al limite del pacchiano, sedi della Lega Nord, bar pieni di vecchi e si respira una desolazione che è capace di affascinare e far cadere i coglioni al tempo stesso. E’ il triangolo delle Bermuda padano, compreso tra il basso veronese, la provincia di Rovigo e quella manotvana sud orientale, sconfinando alle volte oltre il Po, nell’alto modenese. Col senno di poi, già conosco la risposta, ma scoprii l’esistenza di quello che proverò a raccontare, la domanda che mi tartassava era: come può saltare fuori il rok’n’roll da qui?

Lungi da me fare analisi, ma per come l’ho vista io, iniziò tutto nel giro rockabilly. In un’ottica revivalista di scene, quella rockabilly mi è sembrata tra la più vasta e la più – distruggendo un luogo comune – inclusiva. Se andavi a una festa mod senza divisa di ordinanza e taglio di capelli in stile, difficilmente ti facevano entrare, viceversa quella rockabilly, se andava male, tutt’al più ti tiravano per il culo. E poi quelle feste si inconstravano personaggi memorabili, ad esempio Lukino, che a mio avviso è un pò l’iniziatore di tutto ciò. Vetrano della scena, batterista degli Hollywood Playboys, richiestissimo dj, a Lukino non frega un cazzo delle divisioni di genere: la musica gli piace troppo per lasciare che rimanga una roba d’elite. Avendo egli stesso subito “discriminazioni” negli anni 80, un po per la sua provenienza campagnola, un pò perchè sprovvisto del chiodo comprato a Londra, si batte da sempre perchè chiunque possa godersi le feste sulla base del rispetto reciproco e, perchènno, della possibilità di allargare il bacino d’utenza di un certo giro. La sua vocazione di divulgatore inizia negli anni 90 organizzando feste, nel 1997 (…) organizza un raduno rockabilly a Bergantino (RO) che però pare finire in rissa. Poi i concerti al Red Fox di Ostiglia ed il culmine all’apertura dell‘Ungawa Tiki bar di Bergantino, il bar più spettacolare mai esistito. 

La prima volta che intuii vagamente che cosa poteva succedere lungo il Po, ero fresco di patente, non avevo ancora un’idea precisa della geografia di questo paese e non essendo mai stato da quelle parti non potevo immaginare quanto potesse essere assurdo il tutto. Fu nella primavera del 2003 quando – proprio ad una festa rockabilly – facendo amicizia con un nasuto ragazzo col ciuffo chiamato Mattia, seppi dell’esistenza di una band chiamata Highschool Lockers,  di cui lui era cantante e chitarrista. Mi raccontò di un posto, a Ostiglia, dove organizzava concerti alla domenica, il Red Fox. A questo punto, credo sia più giusto lasciare la parola a Mattia stesso che, con le sue parole e la sua esperienza, ha scattato una fotografia parecchio nitida del brodo primordiale nel quale è nato tutto: “Credo che fosse stato qualcosa di punk, o di vagamente rock a Ostiglia, prima delle band che formato, l’avrei saputo, quindi, penso mi si possa credere se dico che non c’era proprio un cazzo. Se penso al fatto che a un certo punto ho sentito il bisogno di stare in una band, non posso non ricordare i pomeriggi d’estate in cui sarei andato sul fiume a cercare cadaveri di coetanei scomparsi, mentre i miei amici volevano solo giocare a briscola al Ventaglio, un bar di albanesi dove una volta uno è entrato e ha cominciato a sparare colpi a salve da una pistola. Ecco quello non fu male, a ripensarci, ma ancora non abbastanza. Alle medie ascoltavo i  Guns, Iron e Litfiba, era roba ok, ma la vera svolta è stata qualche anno dopo coi Green Day dalla tv del circolo cittadino: pensavo che non fosse rock come gli Iron e Guns, ma allora cos’era? Io credevo che ci si vestisse da punk e non che ci fosse un genere di musica. Capii che era ora di perpetrare il rock, se non volevo finire male. Fino a quando non ho avuto una macchina è stata una bella sega, non avevo amici più grandi che andavano ai concerti di cui si sapeva. Per cui il sabato sera rimanevo da solo col motorino e il walkman mentre tutti i miei amici erano impasticcati al Number One a farsi spaccare la faccia dai milanesi. Ero arrivato al punk più classico che si trova bene o male nel negozio di dischi del paese, Pistols, Ramones, Damned, ma anche Rancid e NOFX, e cose così che però per me erano diversi, non erano forti come i vecchi gruppi. Poi un giorno un mio amico più grande mi fa, “guarda che in edicola ho visto un giornale che seondo me ti piace” ed era Bassa Fedeltà. Era la prima uscita, e anche lì, come anni prima coi Green Day, sentii che ero sulla strada giusta. Così un giorno vado in treno a Bologna all’Underground, e porto a casa Destroy Oh Boy dei New Bomb Turks. Finalmente c’eravamo! (…) Poi una sera d’estate, stavo aspettando degli amici al pub che quando arrivano mi dicono che c’è una festa rockabilly a tipo 5 km. (…) Andiamo a sta festa e mi ritrovo al concerto degli Hi Fives, quelli su Lookout! Non credevo ai miei occhi, c’era gente col chiodo e le converse e le magliette dei Queers e io mi chiedevo “ma da dove escono questi?” Così faccio amicizia con della gente di Verona, che pare ascoltasse la musica che dicevo io e andasse ai concerti come di deve.”

Andrew Tee, Bryan e Mattia. Highschool Lockers

Prima degli Highschool Lockers c’erano i Jab, ma io non ne sapevo ancora mezza. Nascono dall’incontro di Mattia con il Biso, che molti di voi conosceranno per essere il capoccia della Blitz, rinomatissima agenzia booking italiana. Ancora Mattia: ” Una sera riesco a convinecere degli amici del paese ad andare al Pappa Buona verso Verona (una delle più belle realtà che io ricordi), non c’erano concerti ma vidi una postazione dj con dei dischi accanto e mi ci fiondai. Saints, Teengenerate, comincio a sfogliarli e un tipo mi si avvicina. “Me li vendi?” chiedo. Si trattava del Biso di Nogara, di una decina di anni più di me, che comincio a frequentare, assieme alla sua compagnia. Passano le settimane e si parla di fare un gruppo con lui alla batteria. Io volevo cantare, poi abbiamo beccato questi altri di 2 di Mirandola (MO) e abbiamo formato i Jab e ci proponevamo di suonare veloci e sporchi come i Pagans, i Turks e le band su Crypt e Rip Off. Quando andavo alle prove guardavo quello che faceva il nostro chitarrista e pensavo che non sarebbe stato male comprare una chitarra e mettersi a fare la stessa cosa. Dopo un po di tempo passato a giocarci escono un po di canzoni che volevo suonare, ma visto che i Jab stavano arrivando alla fine, feci in modo di formare un altro gruppo. Comincio a trovarmi con 2 ragazzi che suonano rispettivamente chitarra e batteria in un altro gruppo punk sempre nella zona modenese, la sala prove è a 45 km da casa mia, vicino a dove abitano loro, spesso le prove non cominciavano prima delle 23 perchè il batterista faceva i turni e finiva di lavorare alle 22. Era un bel sacrificio andare alle prove di martedì sera, così lontano e con quegli orari, specialmente perchè ero operaio, attaccato a una pressa tutto il giorno, ma quando sentivo le mie canzoni con sotto la batteria e un’altra chitarra, ero totalmente appagato che non me ne fregava più un cazzo. Nel frattempo succedono due cose: Lukino mi dice di avere un cugino che suona il basso e il secondo chitarrista ci molla. Io realizzo che è davvero difficile trovare uno che suona la chitarra come vorrei sentirla io e con lentrata di Andrew Tee al basso, decidiamo che il nuovo gruppo sarà un trio e che si chiamerà Highschool Lockers, come dal disco di Loli & the Chones. Le canzoni escono sono una cosa tra i Devil dogs e i Queers.”

I Lockers erano pazzeschi e suonavano pure parecchio bene, con canzoni dalle melodie a presa rapida e un amore per il power pop americano mai sopito. Andrew Tee ci racconta così la nascita della band: “Tutto nacque a cavallo tra il 2001 e 2002, quando vado da mia nonna e mio cugino Lukino mi fa: “oh, c’è uno di Ostiglia che cerca un bassista, chiamalo!” Vado a casa, prendo il telefono e parlo per la prima volta con il dottor Mattia Paolini (…) e qualche sera dopo me lo ritrovo davanti a casa, su una Fiat Uno Bianca che spara da due casse di merda i Bingo a volume 6000. Salgo, ci presentiamo e da quel momento la mia vita cambia. Mattia mi fa capire che c’è qualcosa di più importante che rompere il cazzo a Bergantino: rompere il cazzo in più posti possibili! Poco tempo dopo subentra alla batteria Bryan e fino al 2008 gli Highschool Lockers e tutta la loro cricca che gira intorno al Red Fox, diventano sinonimo di feste incredibili, powerpop (quando ancora non era un termine anche sulla bocca del lattaio all’angolo) e sabotaggio sempre e comunque.

Simile è la storia di Gara, che poi sarebbe finito con Andrew Tee nei Dots dei quali non mancherò di parlare successivamente: “A 16 anni a Suzzara in paese da me, i miei amici avevano quasi tutti 3 passioni principali: motorini elaborati, alcool e droga. A me i motorini non sono mai piaciuti però, grazie ai suddetti, avevamo iniziato a mettere il naso fuori di casa e dopo i primi concerti estivi e le prime cassette punk copiate da ragazzi più grandi, io ed altri due, a cui come non fregava un cazzo dei motorini, ci mettemo d’accordo per formare una band punk rock, i Fuga in 500. Nell’unico posto in cui ci permettevano di esibirci (un oratorio in cui nessuno di noi aveva mai messo piedo prima), il prete ci trovo a farci le canne e ci intimò di non farci più vedere.

Gara. Fuga in Citroen

Nel Frattempo, poco lontano da lì, con il loro punk rock storto, erano attivi i Kill Kalashnikov, con il Maio, Cesco, Pedro e Scoia che facevano le prove generali per gli assalti micidiali che avrebbero inflitto con le loro successive band.

Sempre Mattia: ” A un certo punto Lukino cominciò a organizzare concerti al Red Fox di Ostiglia (…) e finalmente avevamo un posto dove chiamare delle band alla domenica pomerigio. Abbiamo presto capito che la storia della domenica pomeriggio era strategica, perchè se è vero che eravamo geograficamente svantaggiati, alle band faceva comodo rimediare un concerto ben pagato e riuscire a sbrigarsela in fretta essendo ad orario aperitivo. Abbiamo dato un nome a questa cosa che facevamo, Ass Gigs, che stava per Aperitivo Selvaggio Society“.

I concerti al Red Fox erano qualcosa di indescrivibile. Il locale era costruito attorno a un bancone di bare, quindi era un corridoio ad anello che, sulla sinistra dell’ingresso, era talmente stretto che ricordo bene l’espressione sul viso del povero e a dir poco corpulento cantante dei Torg, visibilmente sconfortato, probabilmente perchè aveva una pisciata clamorosa in canna ma faceva chiaramnete fatica a raggiungere il cesso. Sulla destra il passaggio era più largo e c’era una nicchia che dava sull’esterno, come una specie di bovindo, grande come un balcone: questo era il palco. Saranno state le dimensioni ridotte, sarà stato l’arredamento favolosamente squallido, sarà stato quello che volete, ma arrivava sempre un sacco di gente e i concerti erano a dir poco devastanti, per dirla come Mattia: “chi arrivava capiva che poteva tirare fuori il peggio di sè e nessuno si tirarva indietro“. 

Così a memoria ricordo Torg, Supermen, Nasties, Country Teasers, ma soprattutto un’indimenticabile domenica di maggio in cui vennero gli Zodiac Killers nel loro ultimo tour. Più o meno nello stesso periodo in cui finirino i gloriosi giorni del Red Fox, gli Highschool Lockers uscirono con il loro primo e purtroppo unico album su Nicotine, intitolato Never Ending Party. Posso solo dire a riguardo che sì, è un ottimo disco punk rock molto debitore di Devil Dogs e New Bomb Turks, ma già spostato verso quel power pop che svilupperanno più tardi nel loro magnifico e purtroppo inedito secondo album, durante le registrazioni, durante le registrazioni del quale, nell’estate 2007, si sciolsero.

UNGAWA: IL GORILLA NELLA NEBBIA

Nell’estate del 2005, quando ormai il Red Fox pareva un lontano ricordo, lavoravo in una serigrafia dove si stampano magliette. Tra i vari telai da stampare, ne vidi uno di tale Ungawa Tiki Bar che mi incuriosì parrecchio, mai avrei pensato che si trattasse del nuovo bar di Lukino, di cui si sentiva parlare già da un pò: in sostanza, non più un posto che lasciava spazio ai concerti, ma un vero e proprio locale, aperto apposta per quello! E insomma, dall’apertura fino alle cessione dell’attività, nel 2013, il locale di Lukino e Piru riesce nella clamorosa impresa di rendere la bassa rovigotta una tappa obbligatoria per quasi chiunque facesso r’n’r e fosse in giro a suonare, risparmiando così, ai ragazzi della zona, chilometri e chilometri, di autostrada, nebbia e posti di blocco, per poter vedere concerti: basti quello a render i due di cui sopra, tra i più grandi filantropi della storia. La peculiarità del posto erano  svariate, ma la più grande era, come ho detto, quella di essere un locale di passaggio in Italia, nonostante il fatto che fosse in una posizione non proprio fortunata. Già, perchè era a 100 metri dal Pò, in un paese conosciuto solo per l’industria delle giostre da luna park, lontano dai caselli industriali e spesso sommerso dalla nebbia. Arredato in stile hawaiano, l’Ungawa era forse il posto più assurdo della bassa, con concerti e feste sempre, nella peggiore delle ipotesi, memorabili, ma riuscendo comunque a mantenere un’identità da bar del paese: andavi lì e ti sentivi a casa, infatti molti gruppi che venivano in tour volevano suonare lì, anche se il cachet che Lukino poteva dare era quello che era. All’Ungawa entravano tutti, dal rockabilly al punk, dal fighetto al dark, ed interagivano fra di loro, mettendo nero su bianco la logica inclusiva di Lukino “basta che tu non rompa il cazzo e sei il benvenuto“; tante persone hanno conosciuto e imparato ad amare il rock n roll grazie a questo posto.

E poi, a un certo punto, più o meno nel momento in cui si stavano per sciogliere i Lockers, succede il finimondo: compaiono un troiaio di gruppi deliranti, tutti formati dalle stesse persone. Ad esempio c’era il duo formato da Pedro e Maio, i Fede Cremp, di cui ricordo concerti devastanti: parevano una versione blues punk degli Skiantos, con la loro hit Cramputtana, i loro concerti culminavano in una versione di Gloria capace di durare  45 min, col groove più rutilante che potesse esistere, marchio di fabbrica del Maio e col Pedro che mentre suonava il riff limonava con la morosa. Oppure i Peep Show di Andrew Tee e sempre il Maio, che rappresentava tutto quello che avrebbe voluto sentire dal vivo il maniaco degli strumenti R&B stile Las Vegas Gring. Poi i Relax, con Scoia e Cesco, in cui si buttavano le basi dei Virus.  Poi i Destroyers, ragazzini di 13-14 anni con la fissa dei Ramones, dei Discharge e dell’hc italiano degli anni 80 che – narra la meravigliosa e commuovente leggenda – arrivarono da Lukino in bicicletta con gli strumenti, chiedendo se potevano suonare lì. E poi i Dots

 

Per raccontare dei Dots bisogna andare un pò indietro e lasciare di nuovo la parola a Gara: “conobbi Giacomo Stefanini, un ragazzo di San Benedetto Po  che condivideva gran parte della mia frustrazione verso l’hardcore melodico e il nu metal che imperversavano in quegli anni nella bassa. Provavamo allo sfinimento canzoni come Homosexual degli Angry Samoans e tentavamo di fare canzoni nostre. Eravamo passati dall’italiano all’inglese, per cui serviva un nome in inglese: sono sempre stato minimalista/nichilista e dato che più minimalista di un punto non c’è niente, decisi di chiamarci DOTS. Dopo un paio di prove di nuovo l’oblio. Adesso, però, eravamo in due a tirare la volata, per cui l’entusiasmo era matematicamente raddoppiato, poi arrivarono i concerti al Red Fox e l’entusiasmo decuplicò. Da lì, io e Giacomo ci attaccammo come due cozze agli Highschool Lockers: quando giravamo in branco eravamo dei fottuti professional againsters e dove andavamo noi non cresceva più l’erba”.

In effetti, in quel periodo, quando venivi a sapere che a una festa arrivavano quelli della bassa, cresceva in te la certezza assoluta che, nel bene o nel male, sarebbe stata una serata memorabile: tutto l’assurdo giro di assurdi personaggi assunse presto il nome di Squadra Delta, particolare di fondamentale importanza per rendere l’idea di quanto cazzoni fossero e Mattia a tal proposito dice: “anche se avevamo alcuni estimatori, alla gente non andava del tutto a genio trovarsi tra le palle la Squadra Delta, secondo me si stava sul cazzo soprattutto perchè si cercava di additare il re nudo di turno”. Poi si era talmente ubriachi che forse a vederci da fuori anche noi ci saremmo stati sul cazzo da soli, ma cercavamo comunque di far tutto con stile. Non le abbiamo quasi mai prese e questo è un vero miracolo, eravamo brave persone dopotutto e forse la gente lo percepiva o forse semplicemente pensava che non ne sarebbe valsa la pena.” 

Ma tornando ai Dots, ancora Gara ci racconta la genesi: “Ai tempi avevo 22 anni ed un lavoro, per cui decisi di comprarmi la chitarra elettrica ed incominciai a scrivere canzoni. Avevamo bisogno di un batterista ed allora comprai per 80 euro, una batteria semi giocattolo su ebay al mio fratellino Alessandro (allora aveva 15 anni) ed iniziammo a provare le canzoni in cantina da mia nonna, tra la lavatrice ed il water. Mio fratello si dimostrò un mostro di talento: migliorava a a vista d’occhio da una prova all’altra e la batteria giocattolo iniziava a deformarsi sotto i suoi colpi sempre più violenti. Fu allora che, mettendo due microfoni in cantina mentre provavamo, finalmente registrammo un primo demo con chitarra e batteria. Qualche giorno dopo, feci sentire ad Andrew degli Highschool Lockers le registrazioni: i pezzi gli piacquero e decise di aggiungere il basso e mixare il tutto, entrando a far parte della band in pianta stabile”. Il demo in questione, a mio avviso, è da inserire tra i momenti più alti mai raggiunti dalla musica in Italia e comunque, anche a distanza di tempo, se la gioca alla grande con i classici del punk e, nondimeno, si mangia a colazione la quasi totalità di cio che gira adesso: è perfetto in quasi tutto, dalla grafica, alle canzoni, ai testi, capaci a tratti di far sembrare gli Anal Cunt una congrega di chierichetti. C’è il memorabile inno Atomic Nightmare, c’è It comes to Erode che suona come dei Voidoids meno segaioli e più subumani, c’è Beat Yr Clit impreziosità da una chicca finale di Andrew Tee e un sacco di altri pezzi a dir poco mortali. Personalmente, dopo i Dots, non ho più provato tanto gusto ad ascoltare punk rock, penso di aver maturato la convinzione che, dopo di loro, nessuno potesse darmi uno schiaffo così forte. Ma se su disco erano incredibili, dal vivo erano maestosi, anche perchè i loro concerti erano un vero e prorpio freak show, un teatrino allucinante: innanzitutto non si presentavano in tre, bensì in sei! A parte i fratelli Gara e Andrew, la formazione era la seguente : il Maio, che suonava all’altra batteria mentre sorrideva smagliante dietro la camicia hawaiana e la chioma afro; Giacomo che in canotta da basket si muoveva come un coglione, tutto intento a pistolare un oscillatore di dubbia qualità; infine Pedro che, birra in mano, chitarra a tracolla giubbotto di pelle e sguardo a la Keith Richards, stava schiena contro schiena ad Andrew senza suonare una nota. Con una faccia da culo, potevano solo diventare la sensazione del momento e, per un breve lasso di tempo, lo furono e via così con il 7” su Ken Rock, con una copertina orrorifica e atroce dove ci sono pezzi del demo rifatti e la delicatissima Masturbation Do It Better che, sono sicuro, chiunque vorrebbe sentire suonare al propio matrimonio. 

Poi ci fu il tour negli USA, i cui aneddoti sono diventati ormai parte integrante del folklore della bassa: da non dimenticare è anche la loro apparizione su un quotidiano locale che, in uno scandalizzatissimo articolo, riportava di rutti e bestemmie dal palco.

E poi, a un certo punto, basta: i Dots si sciolsero, almeno così parve. Dopo lo scioglimento i pezzi inediti andarano a occupare l’altra facciata dello split che vede l’esordio dei Virus: pezzi sicuramente meno memorabili di quelli usciti precedentemente, ma comunque di alto livello, suggellati dalla clamorosa Fog Walls, le cui parole, tra nebbia, zanzare e gente fumatissima che guida il trattore, disegnano un pittoresco acquerello della vita della bassa. Il miglior saluto che potessero dare.

Dei Dots nascereanno poi i Beef Wall, ovvero i due fratelli Gara, che poi si autoprodurranno un ep che, al tempo mi sembrò nient’altro che una pallida copia di quel che erano prima: per fortuna il bello di dire stronzate è che dopo si ha la possibilità di ricredersi, e imparai ad amare anche quel disco, che in realtà era molto diverso dai Dots. Sembravano un gruppo Sludge doom 200bpm, avevano un che di minaccioso che andava ad aggiungersi all’ironia nichilista tipica dei pezzi del Gara Sr., rendendo il tutto a dir poco destabilizzante. Dal canto suo, dopo i Dots, Giacomo si trasferisce a Ferrara e dopo una parentesi cantautoriale a nome Anti-Bodies che lo vede co-titolare di un cd-r insieme a Body Bag Redemption, uscito sulla mitica e mai troppo lodata O’style, nel 2009 getta le basi degli O, che nel 2011 mutano ragione sociale in Mirrorism, dediti a un postpunk, nervoso e celebrale, con più di un’influenza psichedelica e no-wave, a tratti debitore a Mark E. Smith, comunque, in ogni caso, ferraresi fino al midollo: arriveranno addirittura a pubblicare un 7” per Trouble In Mind per poi sciogliersi, nel 2013.

Ma la diaspora dopo lo scioglimento degli Highschool Lockers non portò solo a nichilismi-senza-limitismi: nel 2008, Mattia e Bryan gettano le basi per quelli che diventeranno i Tree House Society. Il suono e le canzoni riprendono esattamente da dove si sono fermati i Lockers, ma con in più quel nonsochè preso direttamente tanto dai Rubinos e dalle sigle dei telefilm anni 80, quanto dai dischi ormai snobbati da tutti come il primo lp dei Boston: in altre parole, una band che non conosce vergogna e, soprattutto, non vede il motivo di vergognarsi, esattamente come i Dots. Si faranno attendere ben 4 anni per autoprodursi un ep (Margarita On The Porch), ma le aspettative non veranno deluse: nei tre pezzi traspare un desiderio di America pazzesco, ma quello di Casa Keaton e Supervicki, dalle melodie perfette, dalla composizione quasi scientifica, di quel powerpop che a differenza di molto di ciò che viene definito tale oggi – non fa venir sonno.

Ma la Squadra Delta non colpisce più come prima e i matti della bassa parrebbero aver messo la testa a posto, finchè su Youtube non compare la grandiosa serie di cortometraggi TONi e si evince che no, i nostri eroi – che nel frattempo sono cresciuti – hanno trovato solo una maniera alternativa di fare i coglioni e di rompere il cazzo in giro. Non vorrei spendere troppe parole a riguardo perchè bisogna solo vedere con i propri occhi: chiunque voglia fare del cattivo gusto e della cazzonaggine la propria bandiera è obbligato a prenderne visione.

Poi tante cose sono successe: Andrew Tee, con Scoia e Max dei mitici Boom Boom & the Long Sex, forma i Picnic, passati alla storia per aver sfanculato la Burger Records che voleva produrgli una cassetta – pur non avendo mai suonato un concerto – mentre loro volevano un 7”. Successivamente Andrew incontra Albero e insieme formani i Pets, che presto diventeranno eewW, dediti ad un pop parecchio grezzo. Compaiono altre realtà, come il mitico White Rabbit di Legnago, spettacolare locale a fianco della stazione che porterà alla bassa una ventata di aria fresca. Poi, nel 2013, il dramma: l’Ungawa chiude i battenti. Porterà con se una sfilza interminabile di concerti, feste incredibili, aperitivi, sbronze atomiche e amicizie nate al suo bancone, tra un campari e una birra. Ma sto correndo, è il caso di tornare un attimo indietro. Perchè poi, a un certo punto verso il 2010, compaiono i Virus.

 

LIVE IN LOURDES

I Virus sono stati la prova che da quelle parti, quando esce una band, difficilmente delude: in un modo o nell’altro (i Tree House Society per la capacità di scrivere, i Dots per la scomodità) quelli della bassa trovano un modo per spiazzarti. Io li amai da subito sia per il fatto che erano duo voce (Scoia) e chitarra/batteria suonate al tempo stesso (Cesco), sia perchè suonavano una musica talmente dura, opprimente e rumorosa che pareva mi pigliassero per il culo. Erano oltre il punk, odiosi fuori misura, ridondanti, antipatici, inosmma la perfezione anti punk. Il loro esordio – se si esclude un cd dall’atroce copertina disegnata da Scoia  – è su un ep sul quale dall’altro lato, troneggiano le ultime registrazioni dei Dots, quasi a suggellare un’innegabile continuità nel fare merda, come quelli della bassa chiamavano la loro innata dote nel mandare tutto a puttane ma sempre con col giusto stile. Quasi nessuno pensava potessero avere un margine di evoluzione da un suono così estremo, ma i Virus riuscirono a spiazzare ulteriormente quando Scoia si armò di synth e la loro musica diventò- grazie al cielo- sempre più involuta e la prova si trova nel successivo ed ultimo clamoroso ep Live inLourdes – una roba incredibile – nello split tape con gli Antares (a nome Vairus) e nella cassetta postuma The Complete Shittography. La completa gratutità del loro sarcastico rumore è qualcosa che, chi li ha amati, troverà parecchio difficile individuare in altre band, e ricordo bene lo sconforto che provai, quando scoprii che si erano sciolti. Ma morto un papa, se ne fa un altro e senza accorgecene, siamo arrivati al presente, in cui Scoia è alla guida dei grandi Hallelujah! che coi loro drittoni noise-punk stanno facendo il macello e sono addirittura diventati quasi di moda, il che prova che – grazie al cielo – non solo le merdate diventano oggetto di tendenza. Il presente vede anche il ritorno dei Dots, i quali, decidendo di mandare nuovamente in merda il tutto, si sono reinventati come un improbabile band funk-punk: sempre cattivi e sarcastici come le carogne, adesso suonano come un’assurda quanto favolosa versione punk/lo-fi dei Rage Against the Machine. E coloro che hanno amato i Dots dei tempi d’oro non inorridiranno dinanzi a questo paragone, poichè, alla fine, una qualche stronzata da loro c’era da aspettarsela, e la cosa bella è che funzionano alla grande e che non hanno perso un grammo del loro smalto del passato.

Dunque malgrado i bei ricordi, la squallida nostalgia che traspare da ciò che ho scritto, i tantissimi concerti subiti e inflitti, le clamorose feste figlie di un’ormai lontana epoca sbarba, la bassa – nonostante il men che esiguo ricambio generazionale – non ha smesso di rompere i coglioni, di rimarcare il proprio modo di essere, di suonare il rok ‘n’ roll, di fare merda.

Tutto questo pippone storico-sentimentale per dire cosa: da sbarbo leggevo avidamente storie e report su scene punk storiche e lontanissime da casa mia, dal mio mondo, da tutto, sognando ad occhi aperti con la consapevolezza che non avrei mai visto nulla del genere. Poi ho conosciuto Mattia, i Lockers, il Red Fox e finalmente sono riuscito ad avere tutto il rock che volevo e anche di più.

P.S Avevo già parlato dell’argomento su Merda Zine, ma la mia mancanza di sintesi e o spazio ridotto, mi avevano portato a scrivere una cosa incompleta, così ho pensato che riprendere e ampliare sarebbe stato un gesto riconoscente nei confronti di quei pazzi che hanno animato queste pagine. Grazie quindi anche a Luca e Damiano (Merda Zine) che non mi hanno mandato affanculo per aver riciclato un articolo dalla loro fanza riutilizzandone pure il titolo.

Noi di Super Stanzy a nostra volta ringraziamo Luca, Lorenzo e tutta la redazione di Sottoterra per averci permesso di riproporre questo ariticolo scritto da Frabo dei Chow che tanto ci ha fatto volare e in qualche modo ispirato!

Questo Biweekly

FRITTO MIXTAPE VOL.1

Baby Lemonade è tornata con un mixtape di 37 lancinanti minuti. 17 pepite d oro come la carta del twix, che solo le menti più perverse potevano scovare.

Read More »

Top Stories