di Wilson Wilson

"THE GLORY HOLE" - un cortometraggio
di Marco Alliegro

Consiglio a tutti di fallire finché morte non vi separi dal provarci. Amen.

Marco Armando Alliegro, detto Alle, per chi non lo conoscesse è un musicista e film maker nato a Napoli e cresciuto in Franciacorta. Suona la batteria da circa sedici anni totalmente da autodidatta e ha suonato nel corso degli anni in vari gruppi del panorama bresciano; attualmente fa parte dei Marie Byrd Land BandSiouxie and the Skunks e recentemente negli Yonic South. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Brescia e, assieme al suo collettivo Rami Factory, ha ideato e prodotto questo cortometraggio in cui sono presenti alcuni dei personaggi della scena musicale (ma non solo) di Brescia e limitrofi.

Come nasce l’idea di questo cortometraggio, con chi  e quali sono i temi principali? C’è qualche fatto o avvenimento che hanno ispirato la trama? 

The Glory Hole é un cortometraggio che ho girato due anni fa, grazie all’aiuto del collettivo Rami Factory, un gruppo di film maker che sa il fatto suo e con cui ho avuto l’onore di realizzare moltissimi progetti: Rosamaria Montalbano, Francesco e Camilla Piceni, Alessandro Turelli, Andrea Fogliata ed altri che al momento mi sfuggono purtroppo. 

Sono stati tutti elementi fondamentali per la realizzazione di questo corto e senza il loro aiuto non sarebbe stato possibile vederlo completo.

Ci tengo a citare singolarmente i nomi di chi ha reso questo progetto possibile perché vedo il cinema come un lavoro collettivo, molto simile alla musica sotto molti aspetti: ogni singola figura è indispensabile e merita immenso valore.

 

Tutto nasce da una ricerca che sto portando avanti da diversi anni sul brutto in relazione alla società, l’arte e la stessa estetica.

Questo trip arriva da tutti i miei fallimenti passati, infatti ho prodotto un sacco di roba brutta, sia musicalmente che cinematograficamente parlando. D’altronde la sperimentazione porta costantemente a scontrarsi con il problema di avere risultati oggettivamente mediocri, essenziali però per crescere e capire la propria personalità.

Poi mi sono imbattuto in registi come Harmony Korine, Larry Clark o in musicisti come Daniel Johnston o John Frusciante.

Sono tutte persone che hanno fatto del periferico e della mediocrità un valore aggiunto alla loro arte ed io mi sono sempre rispecchiato in questo mondo, anche se poi si fa di tutto per mascherarlo e farsi accettare. Credo, mediamente, di sembrare una persona tutto sommato socievole, a suo agio nel mondo, ma onestamente posso dire che non sempre è così.

 

L’idea di questo cortometraggio nasce da due motivi principali:

 

Il primo è stato la fine di una relazione durata quattro anni, avere il cuore spezzato mi ha aiutato a favorire il processo creativo. Come dice Lars Von Trier: “un vero artista ha bisogno di soffrire per riuscire ad esprimersi davvero”. A posteriori non credo sia del tutto così, ogni sentimento, situazione, attimo può essere usato in favore di un atto creativo, basta saper leggere dentro di sé e cercare di essere sinceri, soprattutto con sé stessi.

 

Il secondo motivo è stata una forte necessità di sperimentare. Infatti uno dei maggiori difetti del cinema (a mio avviso) è il suo essere molto dispendioso economicamente, un film di qualsiasi genere può arrivare ad avere costi molto elevati mentre io di soldi ne ho sempre avuti pochi.

In questo caso specifico volevo girare qualcosa in un metro quadrato e la prima cosa che mi è venuta in mente di quelle dimensioni è stata un cesso pubblico, quindi il collegamento al mondo del porno è stato quasi immediato.

Sono arrivato alla conclusione di voler raccontare la storia di una persona che rimaneva bloccata in uno di questi bagni senza un motivo specifico e che qualcun altro fraintendesse la sua presenza in quel posto di modo da avere qualcosa da raccontare in quello spazio limitato.

 

Come hai selezionato il tuo cast e quale ruolo volevi dare ai due protagonisti (Susanna e Riccardo)? Ma soprattutto, di chi era quel cazzo ?

 

L’intero cortometraggio è in realtà un loop dove vediamo una figura maschile, ossessionata dal sesso che cerca continuamente prede nuove e facili con cui avere rapporti, ed una figura femminile che manipola la situazione per trarne vantaggio. Ovviamente ho semplificato e stereotipato queste due figure per esigenze di racconto. Non ci sono buoni in questo corto, ma solo cattivi, vuole essere la raffigurazione della parte oscura di ognuno di noi ed è stilizzata nei due personaggi.

 

Susi e Rocci ormai sono due cari amici, li ho conosciuti in modo molto diverso e la musica è sicuramente stato il collante che ci ha reso gli amici che siamo oggi. Con Rocci suonavo già da prima del corto con i Marie Byrd, è un ragazzo incredibile. Superficialmente sembra rigido e distaccato, in realtà è una persone dall’ironia sottile, una vastissima cultura ed una sensibilità unica. Parlando con lui in sala prove a Torboland è venuto fuori che faceva teatro e la cosa mi ha lasciato senza parole sul momento, ma ho pensato subito fosse il caso di coinvolgerlo nel progetto.

Non abbiamo provato nulla: un giorno gli ho detto che avrei girato e gli ho dato delle indicazioni piuttosto approssimative su quello che avrebbe dovuto fare e su come si sarebbe dovuto vestire. Al suo arrivo sul set era perfetto: completo nero, camicia bianca, cravatta e recitazione impeccabile, un maestro.

Era esattamente quello che mi immaginavo per questa cosa e le mie indicazioni non sarebbero mai state sufficienti per qualsiasi altro attore, ma quando c’è sintonia tutto è possibile. In particolare il suo vestiario era molto importante. Rimanda al “Faust di Goethe“, testo importantissimo per la storia del brutto: fino ad allora il male veniva raffigurato con elementi grotteschi (il corpo del demonio era caratterizzato da un goffo e cornuto busto umano che si ergeva su pelose zampe da caprone ), poi arriva lui che (nel 1737 mi pare) raffigura il male come un uomo borghese in vesti eleganti. Così ho capito: volevo che almeno uno dei miei cattivi fosse un borghese ed ecco qui il personaggio di Rocci del quale è risultato essere il perfetto interprete.

 

Io e Susi invece ci siamo conosciuti proprio grazie a questo progetto, è iniziato tutto da qui. Ero in crisi totale, zero budget da investire per gli attori, molte amiche ma poche disposte a prestarsi per quella parte. Prima che la mia relazione finisse frequentavo un posto in via Milano a Brescia chiamato 639 dove Susanna, la mia EX e altri ragazzi della scena graffittara bresciana organizzavano eventi, concerti, workshops. L’avevo vista lì un sacco di volte, ci conoscevamo di vista. Un paio di settimane prima delle riprese faccio una chiamata disperata ad un’amica e le chiedo se conosceva qualcuna disposta a fare una cosa del genere, è stata lei a propormi Susanna. Così l’ho contattata e siamo andati a mangiarci un boccone al kebab azzurro in “kebab Straße” (una via di Brescia gremita di fast food medio orientali rinominata così da Andrea Fogliata aka Foa) domiciliata al n. 37 per giunta; le ho offerto quel kebab come cachet simbolico e la cosa mi fa ridere ancora oggi a pensarci.

Anche per lei non mi sono speso in troppe spiegazioni, l’intesa è stata immediata. Credo sia unica, non rispecchia nessun canone e questa cosa mi ha sempre affascinato molto di lei. Vederla all’opera come attrice poi è un’esperienza, Susanna è in grado di stupirti in qualsiasi momento: ti stupisce quando la conosci, quando ci lavori, sembra sappia fare qualsiasi cosa. Credo che questo sia grazie all’impegno e al cuore che mette in tutto quello che fa, motivo per cui il nostro destino di finire a suonare insieme era già scritto. 

 

Il cazzo è sempre stato un elemento delicato, era il “personaggio” che mi preoccupava di più, non sapevo a chi e soprattutto come chiedere a quel qualcuno di prestarmi il suo membro per quella ripresa.

Le inquadrature interne sono sono state girate in un locale, che purtroppo ora non c’è più, si chiamava M-Bar e non è stato scenografato quasi per nulla, era perfetto così com’era: ci siamo limitati a creare una contro-parete all’interno del bagno in cui abbiamo fatto un foro, ma dietro non ci sarebbe mai stato un vero attore e soprattutto non sarebbe mai stato possibile fare in modo che il suo pene potesse rimanere eretto per tutta la durata della scena. Così per le inquadrature in location ho usato “Ugone”, il dildo di un’amica che mi ha gentilmente concesso in prestito per la scena del dialogo: mi sarei occupato in seguito di trovare una soluzione nel momento in cui mi sarebbe servito un membro vero.

 

In effetti il caso ha voluto che il membro stesso venisse a farmi visita, facendomi conoscere un eccentrico Adrian Palace. L’ho visto entrare tranquillamente dalla porta di ingresso del locale mentre stavamo girando l’ultima scena, quella con il tipo con la pelliccia (nonché proprietario dell’M-bar, altro incredibile personaggio a cui mi sono affezionato molto). La saracinesca era abbassata, ma lui, attratto da rumori provenienti dall’interno, ha pensato bene di alzarla ed entrare; effettivamente mi ero permesso di lasciare gli attori liberi di bere alcolici per avere una situazione più rilassata, rendendo conseguentemente il tutto più festaiolo di un normale set cinematografico. A quel punto ero solo entusiasta di quello che stava succedendo, a fine riprese ci siamo messi a parlare ed ho scoperto che lui stesso è un film maker (l’ultimo suo lavoro dev’essere il videoclip “Tell me why” degli Yonic South), ci siamo trovati in perfetta sintonia ed è così che si è offerto di risolvermi il problema del cazzo parlante.

Parlaci delle soundtrack del video. Da chi e come sono state composte? 

Anche questa è una storia che ha dell’incredibile. Di base, come già detto in precedenza, io nasco come musicista, infatti la cosa a cui tengo di più quando giro corti è che l’audio sia migliore possibile perché fa la differenza; uno spettatore può accettare tranquillamente delle immagini brutte (pur non essendo questo il caso, a mio avviso sono certo che godrete anche voi della raffinata fotografia di Francesco Piceni), mentre se l’audio non è di qualità è come costruire un grattacielo con delle fondamenta troppo approssimative, crolla tutto e diventa cheap. L’audio fa sempre la differenza!

Non è un caso se, oltre alle soundtracks, abbiamo registrato tutti i suoni in presa diretta, con un mic piazzato sulla macchina da presa e un altro mobile, avevo anche Ian Orsatti (fratellino acquisito e fonico) come boom operator che si è occupato di registrare gli ambienti e i voice-over di Rocci.

Le soundtracks non sono altro che alcuni di quei pezzi che ho composto in seguito ai miei primi approcci alla chitarra, due per la precisione, ovvero una versione embrionale di Love Juice che poi sarebbe diventata uno dei brani dell’EP dei Siouxie e Scala di Fa, dalla tonalità della mia prima scala pentatonica registrata.

Dato che alla chitarra non mi piaceva, ho provato a riprodurla sia con il pianoforte che con l’armonica a bocca. E’ un brano super inedito a cui tengo molto poiché si è evoluto nel tempo, inoltre è l’unica cosa che so suonare con il pianoforte.

Alla fine la versione che ha vinto sulle altre è stata l’armonica, è da quando sono adolescente che ho un debole per lo strumento grazie al primo film dei Blues Brothers (l’ho visto milioni di volte in tutte le lingue possibili). La mia scena preferita é quando Jack ed Elwood dopo infinite peripezie salgono sul palco del Palace Hotel Balroom sul finale di “Minnie the moocher”, tutt’oggi conosco a memoria l’introduzione di Elwood del brano “Everybody needs somebody to love” nella versione in lingua inglese. L’armonica di quel pezzo mi ha sempre fatto venire una voglia matta di imparare, perciò la comprai apposta in FA per provare a fare il pezzo per il mio corto. E’ stato uno dei rari casi della mia vita in cui sono rimasto piacevolmente sorpreso di me stesso.

Per Love Juice invece mi sono trovato a Torboland (la nostra sala prove) con l’altro fratello cremonese Tommaso, con il quale mi sono messo ad improvvisare di brutto microfonando tutto.

Io e Tommaso ci conosciamo dai tempi dell’Accademia, ormai sono dieci anni che ci sopportiamo e supportiamo vicendevolmente. Abbiamo sempre improvvisato molto e questo ha permesso di conoscerci nel profondo e di influenzarci a vicenda, posso dire che siamo quello che siamo grazie a noi.

Per questa soundtrack abbiamo fatto un esperimento: abbiamo deciso di invertirci ai nostri strumenti, con me alla chitarra e lui la batteria. Il risultato è stata una versione del brano super prolissa e totalmente improvvisata, poi Tom è tornato nella nebbiosa Cremona a mixare e a sovraincidere strumenti. Il risultato mi ha entusiasmato moltissimo al primo ascolto, quindi ho deciso che sarebbe stato il brano che avrebbe accompagnato l’ingresso di Susanna all’M-bar.

Per quanto mi piacesse, però, comunicava poco con le immagini, era troppo veloce, serviva qualcosa di più lento ed onirico, da qui la decisione di rallentarlo drasticamente in post produzione, facendo in modo che tutto sembrasse più ovattato, come se fossimo stati tutti sott’acqua.

Com’è nata la tua passione per il videomaking? I tuoi lavori pre e post a questo cortometraggio che ci tieni a menzionare?  

Tutto è iniziato quando avevo otto anni. Poco dopo la nascita di mio fratello Francesco i miei erano sufficientemente distratti da non badare troppo alla loro videocamera mini DV appena comprata per immortalare i primi passi del neo nascituro, quindi gliela rubavo e la piazzavo di fronte a me facendo l’idiota.

Successivamente ho scoperto che mettendo in pausa la registrazione potevo sperimentare una sorta di montaggio in macchina, perciò, dopo essermi rotto di riprendermi da solo, i miei primissimi film hanno iniziato a parlare di mio fratello: Francesco che impara a camminare, a parlare e a ribellarsi ai miei ordini di fratello anziano.

Questo mi ha permesso di sperimentare e di stringere moltissimo il rapporto con lui nel corso del tempo. Posso affermare che ad oggi è un collaboratore in cui ripongo totale fiducia, con cui suono, lavoro e litigo giornalmente.

Prima di questo corto ho sviluppato degli esperimenti nati dalla necessità di testare le videocamere che compravo, il più significativo  è sicuramente “No future no past” corto di 15 minuti composto esclusivamente da found footage.

A differenza dei documentari analoghi, in cui solitamente si cerca il materiale da altre fonti, nel mio caso il tutto proviene da “giga e giga” di girato casuale stipato in vari hard disk, accumulato nel corso del tempo grazie al fatto di portarmi in giro le videocamere nuove per mesi con l’obiettivo di girare qualsiasi cosa attragga la mia attenzione.

Successivamente ho passato mesi a riguardare tutto, ordinarlo e cercare disperatamente di dargli una parvenza di storia. Questo mi ha fatto capire che un’altra mancanza del cinema è il suo essere performativo: girare spesso è incredibilmente macchinoso e tutto viene progettato in modo maniacale, a tratti anche fastidioso.

Questo concetto in realtà per me è stato inconscio finché un amico non l’ha reso reale, infatti i progetti su cui ho lavorato dopo “The glory hole” sono dei cortometraggi prodotti in collaborazione con Andrea Fogliata, detto Foa.

Nel dettaglio, c’è un dittico di cortometraggi diretto da me su degli eventi chiamati “Audio Visual Experiments” organizzati da Foa e Margherita Capuccini aka Margo Sanda al Loophole a Berlino tra il 2017 e 2018. Il primo di questi due corti è visibile sul canale IGTV della pagina Subcultura, mentre il secondo uscirà prossimamente.

In questi giorni di pandemia sto lavorando da remoto con Foa su un trittico diretto da lui, ma questa è un’altra storia, se vorrete approfondirla potremmo organizzare un meet con lui e Margherita, sapranno spiegare meglio tutta la situazione.

A posteriori cosa ne pensi di questo corto ora che sono passati alcuni anni? C’è qualche scena a cui sei particolarmente affezionato o di cui vai particolarmente fiero? E tornando indietro cosa cambieresti? 

Sicuramente il piano sequenza che racconta l’ingresso al bar è la parte alla quale sono più affezionato. Tutte le comparse impegnate in un sacco di azioni diverse credo rendano la scena incredibilmente dinamica e tridimensionale.

In più sono tutti artisti impegnati, chi per un motivo chi per un altro, nella scena Bresciana: Giulia Chiari e Semino Bevilacqua (illustratori di spessore), Nicolas Sala (fotografo che per l’occasione ha realizzato delle splendide foto di backstage), Alessandro Turelli (il mio aiuto regia, con sembianze, vestiario e trucco da donna), Chiara Raffelli e Virgio. Tutte le persone che hanno partecipato a questo progetto per me sono molto importanti non solo professionalmente, ma anche in relazione alla mia vita privata.

Detto questo, si sta pur sempre parlando del mio primo cortometraggio, a posteriori ci vedo un sacco di imperfezioni e troppi elementi che necessiterebbero di essere spiegati.

Penso sia comune a tutte le persone che fanno o ambiscono a fare un qualsiasi lavoro creativo percepire una sorta di insoddisfazione o tristezza quando terminano un progetto a cui tengono molto, credo che sia questo il motore che fa girare la ruota, quindi posso concludere dicendo che prometto di continuare ad impegnarmi a sbagliare perché vuol dire che sto continuando a provarci senza troppe remore.

Consiglio a tutti di fallire finché morte non vi separi dal provarci. Amen

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