di Edoardo Serena

The Lost Record

L'intervista ad Alexandra Cabral e Ian Svenonius, tra chiacchiere e cous cous

The Lost Record è un “radical psy-fi exploitation movie” che parla di “dischi, amore, controllo, distopia, sesso e un po’ di altre cose”, nelle parole dei suoi unici creatori: Ian Svenonius e Alexandra Cabral. Nelle nostre, è escapismo allo stato puro. Escape-ism – che è in effetti il nome della realtà sonica parallela nella quale i due mescolano rock’n’roll primitivo con andamenti elettronici – si mette stavolta in gioco con un vero e proprio film, e il risultato incanta. Ciò non deve stupire: Alexandra è un’incredibile artista, fotografa e regista che lavora a LA, mentre Svenonius è uno scrittore, critico e performer anfibio, oltre che uno dei frontmen più magnetici che la scena indie americana abbia mai rigurgitato dalle sue budella contorte. Insieme hanno lanciato qualche tempo fa Radical Elite Press, un organo attraverso il quale pubblicano mensilmente “The Cellophane Flag”, una zine che spazia dalla politica ai loro lavori artistici. La coppia sguazza quotidianamente nello spazio interstiziale dell’underground culture, riaffiorando di tanto in tanto con trovate sensazionali, sempre e stoicamente indipendenti. È infatti completamente da soli che hanno scritto, prodotto e girato l’apparentemente improbabile love story tra “una ragazza… e un disco” attorno la quale ruota “The Lost Record”. Attraverso questo inossidabile rapporto, il film demistifica i meccanismi che portano alla feticizzazione degli oggetti, e alla conseguente corporativizzazione degli esseri e dei sentimenti umani, illuminandoci allo stesso tempo sulla natura del rapporto tra musica e masse. In un tipico venerdì sera settembrino, Ian e Alexandra hanno presentato il loro nuovo film a Milano e Super Stanzy ha condiviso con loro un piatto di cous-cous, con la promessa di trascinarli negli stanzini per organizzare un concerto insieme. Potete leggere qui sotto la nostra chiacchierata.

 E: Ian, qualche tempo fa stavo guardando una tua intervista in cui esponevi un concetto che trovo interessante: il problema del rock’n’roll è che ad un certo punto ha iniziato a prendersi troppo sul serio. Lodavi a questo proposito l’abilità di Serge Gainsbourg di prendersi gioco della musica scrivendo pop songs esclusivamente come forma di divertissement. Mi domandavo come, nella tua persona, questa concezione della musica si sposasse con le politiche radicali.

I: Sono stato raffigurato come una persona politica, ma non mi reputo una persona politica. Le persone mi identificano sempre come un cantante punk politico, ma penso che l’idea che qualcuno possa essere politico sia assurda. Io penso che Serge Gainsbourg sia molto politico! Non canto niente di esplicitamente politico… ciò che canto è semplicemente emotivo, o per lo meno un tentativo di divertirmi. Penso che ciò che intendevo dire è che il prendersi eccessivamente sul serio è incarnato da un sacco di musica grunge/post-hardcore che… voglio dire, quando lo noti capisci davvero perché il rock’n’roll sia morto! La musica dovrebbe essere giocosa, e la stessa cosa vale per la politica radicale. La ragione per la quale la Sinistra è così orribile in questo momento è che è anti-divertimento. Pensano di poter decidere come le persone dovrebbero vivere e non c’è nemmeno un programma politico alla base di tutto ciò, è semplicemente una questione di farle sentire male – passano messaggi tipo “be, stiamo cercando di costruire un mondo migliore” ok, e quale sarebbe questo mondo? Queste moderne politiche liberali non valgono nulla. È solo una sorta di rigore religioso. E mi piace la religione, credo che possa essere molto divertente – e quando qualcosa è divertente, allora è grande! Se vai in una cattedrale e ti senti rapito dall’arte stupenda che ci trovi, inizi a flagellarti e vai a vivere in un convento – tutto questo è divertentissimo, ma queste false politiche moderne non sono per niente divertenti, sono solo delle stronzate. Mettiamo che sei un punk rocker quattordicenne, e sei tipo “fanculo le autorità e fanculo la Chiesa”, sei in fissa con il femminismo radicale – fantastico! Ma tutto ciò ha la sua forza intellettuale perché è una reazione all’egemonia. Nella politica moderna, quello che succede è che le persone che controllano le narrative sono miliardari che stanno usando le politiche di un punk quattordicenne per controllare la società… così non è più il quattordicenne frustrato in casa dei suoi genitori che pensa che le sue opinioni siano rivoluzionarie… no, queste idee ora arrivano dall’alto e sono usate per creare una sorta di campo di prigionia. Dovremmo essere in grado di riconoscere che ciò che amiamo è a volte usato contro di noi – e puoi guardare alla religione nello stesso modo.

                        E: Cosa ne pensate della concezione della vita come una costante performance teatrale?

I: I nonni di Alexandra erano degli attori shakespeariani e quando mi racconta della loro vita tutto è teatro, penso che lei abbia una sensibilità teatrale più acuta della mia. Ma è interessante quello che mi chiedi, perché oggi, con una società dove vige una costante sorveglianza, tutti sono sempre sul palco in un certo senso. Costruiamo un’identità e ci comportiamo in un certo modo, e hai sempre questo sentore che ad un certo punto tradirai il tuo io più autentico. Ma poi ti chiedi “be, cos’è questo io e quando l’ho costruito?” – è interessante perché se sei in una band o un qualsiasi tipo di artista, hai questa specie di curriculum che tutti possono controllare e ti senti come se avessi una sorta di tatuaggio sulla pelle. Mettiamo che ti fai un tatuaggio di Mickey Mouse quando hai dodici anni, poi sentirai di dover essere leale a Mickey Mouse per sempre. È strano con la musica perché fai uscire un disco e pensi che dovrai mantenere sempre quella persona, band o qualsiasi cosa tu ti sia costruito be… per sempre. Personalmente, ho iniziato da un paio di anni un progetto di distruzione di tutta quella persona – e The Lost Record ne fa certamente parte.

E: Arriviamo a The Lost Record, per l’appunto… Nel film c’è la rappresentazione di un mondo distopico che è chiaramente messo in mostra attraverso il suo lato più erotico. Mi chiedevo se ci sono delle opere di carattere sci-fi che hanno influenzato The Lost Record.

I: Assolutamente… “La Decima Vittima” di Elio Petri è stato l’ispirazione principale per il film. Ci sentiamo anche molto ispirati da Santiago Álvarez, i suoi collage te li consiglio se non li conosci. Ma per quanto riguarda il distopico, amiamo “Rollerball”, e tutto quel filone di roba sci-fi. Allo stesso tempo però non abbiamo bisogno del sci-fi, perché ci viviamo dentro. Mi spiego meglio: in America, c’è questa cosa chiamata Corte Suprema che plasma parecchio la nostra realtà. Viviamo in uno stato corporativo legalizzato che fa sì che le decisioni della Corte Suprema diventino sostanziali. Hanno preso una decisione circa dieci anni fa: hanno stabilito che le grandi società sono umane, e hanno gli stessi diritti degli esseri umani. Di conseguenza, se una grande società è equiparabile ad un essere umano, vale anche viceversa. Nove mesi dopo questa decisione, Instagram è nato. Vedi, Instagram permette alle persone di auto-commercializzarsi, e così in un mondo dove tutti sono un prodotto, l’amore diventa una questione di feticismo delle merci. Voglio dire, io stesso sono certamente innamorato di oggetti, dischi. Tutti abbiamo delle relazioni sentimentali con questi oggetti, e la protagonista del film è senza dubbio un prodotto più che un umano.

E: Per quanto riguarda l’estetica del film, ho trovato molto affascinanti le atmosfere e il design spiccatamente 60s, che immagino rispecchino il vostro gusto nella moda in generale. Ma ci sono dei motivi particolari per i quali le avete scelte come setting per la vostra storia?

I: Alexandra è molto brava ad incorniciare le cose in modo bellissimo… A: Sì, l’intero film è stato girato su un’Éclair, una camera francese della Nouvelle Vague. E poi il Rudi Gernreich Archive ci ha donato gran parte dei vestiti che abbiamo utilizzato per vestire gli attori I: Rudi ha fatto tutti i vestiti per Space 1999, e se guardi “Mondo Hollywood” ha pure una piccola parte nel film.

E: Qui devo essere onesto: la prima volta che ho incrociato il tuo nome è stato come frontman dei pionieristici Nation of Ulysses. Questo grazie ad un video su YouTube in cui suonate alla Sacred Heart Church di Washington con i Fugazi. Hai voglia di abbozzare per noi come fosse vivere e suonare nella leggendaria scena punk di DC?

I: In realtà è divertente che quello sia un nostro video famoso perché abbiamo fatto tanti concerti, ma quello che c’è su internet è l’unico in cui il nostro chitarrista non si fece vedere! Ad ogni modo, quando avevo circa tredici anni ho scoperto tutta quella roba, iniziai ad ascoltare la college radio e poco dopo scoprii il punk di DC e la Dischord… ed erano degli eroi per me. Quando ero adolescente frequentavo l’art school ed ero in classe con Mike Fellows, che era una divinità per me perché suonava nei Rites of Spring, ma poi li abbandonò. E poi praticamente mi sono trasferito con quella gente: Guy (Picciotto) e Brendan (Canty) e Mike Hampton, e c’erano una cosa come dieci persone… tutta quella generazione, insomma. Iniziai a suonare con il fratello di Brendan, ed eravamo solo una band del cazzo, non ci prendevano sul serio. Ma ad un certo punto Calvin Johnson venne in città, perché era stato in tour con i Fugazi e sua madre viveva a DC. Ci vide suonare e ci disse “ragazzi, siete fantastici e voglio pubblicare il vostro disco”, e ci diede molta fiducia. E poi andammo in tour con i Fugazi… erano nostri grandi amici, e sono ancora tra i miei migliori amici. A dire il vero, Brendan ha aiutato con il mix del film e Guy mi aiuta con la pubblicazione del mio magazine. Sono persone davvero importanti per me. Comunque, in quegli anni c’era una vera cultura underground e l’Italia mi ricorda di quel periodo in qualche modo, perché c’è un po’ di localismo, e puoi ancora organizzare delle cose qui ad un livello che non si basi su qualche stronzata dettata da Pitchfork, mi spiego? In America, tutto ciò se n’è andato, perché Internet sta distruggendo la cultura. Almeno questo è quello che penso. 

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