di Edoardo Serena

Afro Nuggets

Original artyfacts from the Zamrock era

Una pepita è qualcosa di prezioso, che si può trovare tra le rocce. È qualcosa di croccante, che puoi trovare in qualche secchiello ipercalorico di un fast-food. Le Pepite sono la squadra di basket di Denver, una città dove quando si giocano le partite, manca il fiato per l’altitudine, oltre che per il gioco scattante dei padroni di casa. Idealmente, le pepite si trovano su un asse che spazia dai mondi sotterranei delle miniere alle altezze vertiginose di chi va a schiacciare a canestro. Le pepite sono su e giù, velocità, gusto, sudore, scintillio: sono rock’n’roll!

Attorno al 1971, Lenny Kaye suona la chitarra e vive a New York, sta per entrare in collisione con Patti Smith ed è un ossessivo giornalista musicale. La Elektra Records, che aveva già dimostrato la sua lungimiranza pubblicando l’anno stesso quel capolavoro proto-psycho-punk infuso di siringhe, liquidi corporei e magma rumorista che è Funhouse degli Stooges, gli propone di curare una compilation di pezzi che fossero gli unici buoni di dischi che ne contenessero altri meno rilevanti. Fin dal principio, l’idea dello scavare sottoterra per selezionare qualcosa che avesse un valore nascosto suggerisce all’etichetta, non a caso, il titolo “Nuggets”. Lenny accetta volentieri e dopo circa un anno torna dalla Label con una lista di 50 pezzi. Ha incluso solo roba che piace a lui, “senza avere in testa definizioni” riguardo a ciò che stava cercando e iniziando a raggruppare. Quando sentiva del garage 60s oscuro, una hit dimenticata, dei pezzi considerati minori, aggiungeva al calderone. Il risultato finale è “Nuggets: Original Artyfacts from the First Psychedelic Era, 1965-1968”. All’interno ci sono 13th Floor Elevators, Seeds, Count Five, Chocolate Watchband, Electric Prunes, Blues Magoos…, una generazione di rocker americani prima ed europei poco dopo se ne innamora, assimila la lezione e la tramanda a chi verrà. Ed è proprio l’idea della rigenerazione ciclica nella musica che muove nel profondo Lenny all’inizio della nuova decade: stimolare l’interesse archeologico nei confronti di dischi dimenticati, suonare un allarme per gli ascoltatori che erano stati troppo distratti solo qualche anno prima, far luce su situazioni che per motivi storici o pratici non erano riuscite a liberarsi dal proprio status underground semi-amatoriale. Innalzare al ruolo di Maestro chi era stato dimenticato nel giro di poco.

Le idee di morte e rinascita, di contaminazione, di viaggio, di assimilazione e rielaborazione sotto diversi filtri personali e culturali sono d’altronde alle fondamenta della musica in ogni epoca e luogo; sono ciò che le permette di rinnovarsi e diversificarsi continuamente, arricchendosi così delle esperienze di chi decide di suonarla. Mettere in evidenza questo processo dovrebbe essere prerogativa di ogni buona compila, e i dirigenti della Elektra l’avevano capito bene. Il concetto sembra chiaro anche alle tante etichette che negli ultimi anni hanno svolto sensibili lavori filologici sulla musica africana, scavando tra i nastri di studi sabbiosi, spulciando gli archivi di stazioni radiofoniche abbandonate o entrando direttamente in contatto con collezionisti locali. Nell’arco dell’anno passato, un po’ paralizzato dal lockdown, mi sono divertito a viaggiare con le orecchie, e ho banchettato con la tanta musica resuscitata dalle zone più remote della Terra. Mi sono particolarmente soffermato sull’Africa, e il garage rock dello Zambia è stato per me una rivelazione, senza mezzi termini. Ho scoperto suoni che mi hanno letteralmente spaccato il cervello a metà, sintonizzato lo spirito con il cosmo, fatto ballare e sudare da fermo. La conseguenza diretta è stata il raggruppamento di tutto ciò, e, manco fossi il Lenny Kaye della Pianura Padana, ho scelto e messo insieme roba tratta da quelli che sono gli artisti secondo me più rappresentativi del contesto, ed altri pezzi che semplicemente mi piacciono molto. Il fatto che la mia selezione consista in brani di matrice psichedelica in un arco di tempo preciso (decade ’70) mi ha fatto sentire ancora più vicino all’idea della Elektra. Allo stesso tempo, la difficoltà con la quale queste sonorità sono arrivate alle mie orecchie attraverso gli anni e le peripezie le ha rese ancor più esplicitamente Pepite. Da qui l’idea di proporre un’ideale edizione Zamrock delle Nuggets originali.

Per fedeltà al filo conduttore di questo viaggio, non si può che partire, ancora una volta, dalle miniere. È infatti proprio grazie alla crescita economica dovuta in gran parte alle risorse minerarie del Paese che da metà anni ’60 i giovani zambiani possono permettersi per la prima volta strumenti, vestiti freak, posti in cui suonare e soprattutto dischi di Beatles, Stones, James Brown, Hendrix, Who. Non solo: all’inizio dei ‘ 70s il primo governo indipendente zambiano, sotto la guida del padre fondatore della nazione Kenneth Kaunda, stabilisce che il 90 percento della musica emessa dalle nascenti radio sparse in tutto il Paese dovesse essere autoctona. Ecco che tra i boomers (disclaimer necessario per i tempi in cui viviamo: nel senso originale del termine!) nasce una nuova generazione di hippie, e quello che verrà poi identificato dal DJ Manasseh Phiri come “Zamrock” diventa in pochissimo tempo “la colonna sonora dell’ideologia socialista dell’Umanismo Zambiano di Kaunda”. A pronunciare queste parole è Emmanuel Chanda, leader e cantante di una band fondamentale per tutto il movimento: i WITCH, che sfoggiano un incredibile nome – manifesto punk ante litteram. “We Intend To Cause Havoc” è infatti la versione estesa della loro ragione sociale. Le Streghe dello Zambia pubblicano nel 1973 “Introduction”, disco inaugurale di una serie di pubblicazioni che si rivelano una vera e propria esplosione culturale. Garage rock selvaggio, psichedelia bollente, andamenti funk e melodie folk si sciolgono e ri-solidificano nei solchi di alcuni dei primi LP di musica pop originale prodotti nel Paese. Dal vivo riempiono gli stadi, causano rivolte tra il pubblico delirante e Chanda si guadagna in poco tempo il soprannome “Jagari”, adattamento zambiano di “Jagger”. Sono degli showmen, delle star, guidano macchine sportive e non possono girare per le loro strade senza essere costantemente riconosciuti e fermati da tutti. Se con i WITCH lo Zambia trova la miscela perfetta tra le influenze della sua musica popolare e il rock’n’roll, con la chitarra di Paul Ngozi le acque si fanno ben più mosse. “Ngozi Family! We are a Zambian band, with a heavy sound!” dichiara il ritornello di “Hold On”, e quando attacca il riff mastodontico di “Troublemaker” è già troppo tardi. Non possiamo che farci ridurre la faccia in brandelli dal fuzz più vulcanico d’Africa.

Sì, in effetti gli Ngozi Family toccano vette altissime con il loro incedere voodoo-garage-Sabbath e convertono schiere di miscredenti con “Day of Judgement”, essenziale documento Zamrock. Un altro momento glorioso nella breve vita del genere è il coronamento del sogno di una carriera di Rikki Ililonga, che consiste nel guadagnare abbastanza soldi con i fondamentali Musi-O-Tunya da potersi permettere il primo viaggio della vita fuori dal suo pase natale. Un giorno va in un’agenzia e chiede di poter acquistare tanti biglietti aerei per l’Europa quanti se ne può permettere con la somma che ha a disposizione. È intenzionato a visitare un sacco di aeroporti, e ripartire subito dopo. Tra gli strabilianti talenti di quest’uomo c’è anche il trasformare in un contagioso funk-rock da pelle d’oca un antico canto guerriero: “Mpondolo”, un’autentica hit. Se però dovessi scegliere un brano che più di tutti rappresenti lo Zamrock, ma anche semplicemente il mio preferito, allora andrei senza dubbio con “Love and Freedom” di Keith Mlevhu. Il riff che lancia il pezzo in un groove da capogiro mi ossessiona, il ritornello lo rende una gemma pop, la linea di basso fa il resto. Il testo è iconico, rappresentando e raccontando la storia di quegli anni con il pathos e la coscienza di chi, passando per le corde, riesce a rendere universale ciò che solo lui può sentire sulla pelle. Come tutte le grandi storie romantiche, perché di amore su diversi livelli si tratta, l’epopea Zamrock, che è epopea non per la lunga durata ma per la sua forza dirompente, finisce male. A metà anni ’70 i prezzi del rame crollano e il fragile sistema economico zambiano inizia a scricchiolare. Come se non bastasse, il Presidente Kaunda supporta apertamente i Freedom Fighters dei paesi africani ancora soggiogati da governi oppressori e lo Zambia si trova presto privato di fatto delle proprie vie di comunicazione, oltre che delle preziose risorse provenienti dall’estero. Ma c’è di più. Alla tragicità si aggiunge una vera e propria epidemia di HIV che decima in pochi mesi i musicisti rock, particolarmente colpiti dal male per via del proprio stile di vita. I pochi che si salvano e se lo possono permettere fuggono all’estero o abbandonano il successo per una vita di miniera. Ma in musica non esistono vere e proprie morti, come si diceva. Nel 2012, Rikki e Jagari, arrivati ormai alla soglia dei sessanta, vengono contattati dalla Now Again Records. Egon, executive dell’etichetta di LA che si occupa di provvidenziali reissue, ha scoperto lo Zamrock su Internet, ed è interessato a salvare ciò che a fatica non è ancora andato perso. In seguito al successo delle ristampe in vinile, i due superstiti incontrano migliaia di nuovi appassionati in un tour europeo che finalmente permette loro di “dimostrare il talento dei musicisti della loro Terra”, un sogno che era sprofondato nel silenzio per infiniti decenni di dimenticanza.

“Love and freedom, that’s what I need”.

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